lunedì 9 giugno 2008

Contadini

Bacio la tasca della tua giacca
piena di filo di ferro e chiodi.

Mi domando se non sia tu l’artefice di questo sentiero contadino.

Avrei voluto farti vedere le cose migliori
farti leggere sopra un libro
quello che ti raccontavo mentre sfoltivi gli ulivi.

Ti devo i giochi che ho avuto
e le notti che hai passato
a ritagliarmi coriandoli di carta.
Ti devo il cielo sopra la vigna
l’allegria
e tutti i fuochi accesi.

Il mutare delle cose adesso ribollisce
dalle lettere ritrovate
nella scatola delle scarpe.
I miei compagni di scuola hanno una casa
e sulla brace i lori inverni hanno il medesimo colore.

A me resta l’appetito
e quell’involucro di parole
che metto sulla finestra la sera
come anni addietro
aspettando la befana.

La tua mano contadina mi accarezza la testa
cerchi d’acqua.
L’autunno si lava gli occhi
nei pozzi di cemento delle vigne.
Il pane sulle scale
la fornaia alla stessa ora.
L’odore di gomma degli stivali
l’uva che consuma il rito
come una donna
nelle cantine
a lume di candela.

Intanto il macellaio
si pulisce le mani col grembiule
e l’ottobre ricalca lo stesso giorno dell’anno prima.

Sotto le scarpe
l’asfalto è cambiato troppe volte
e le scarpe sono cambiate
di volta in volta come l’asfalto.

Un muro una scritta
tu in ginocchio sui ricordi
Io che sotto le ginocchia
metto la tua allegria per non farmi male.

Mi riaffaccio alla finestra
davanti al basilico
piantato dentro i secchi per la conserva
Cercando un cielo azzurro dentro la nebbia.

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