venerdì 4 luglio 2008

La Scala



Venivo qui a scrivere poesie
sotto uno dei pochi lampioni rimasti.
Quelli con il piatto bianco e la luce fioca.

Di fronte a quella scala di fienile
che adesso non c'è più
perché tirano giù anche i santi
se non servono a qualcosa,
c'era una finestra
l'unica che aveva sempre la luce accesa
una finestra che non ho mai visto aprire
ma che sapevo di chi era.

Per parecchie sere d'inverno
sono venuto qui a scrivere poesie.

Adesso penso che è meglio
che lei non se ne sia accorta.

A parte me nessuno conosceva quell'amore
costruito meticolosamente
frase dopo frase sguardo dopo sguardo.

Più o meno con quella voce
più o meno con quegli occhi
è la ragazza della quale ci siamo innamorati tutti.

Dietro quella finestra
un viso piccolo come una ciliegia
incontrato tutti i giorni alle due e un quarto
per almeno trenta metri
fino a che lei non infilava la chiave nella porta.

Poi le sere qui sotto
io che volevo essere poeta
riempivo pagine della sua vita
che non conosco
e che non ho mai conosciuto.

Oggi non lo farei più.
Sono venuto qui per ricordarmi d'essere cresciuto.
E' un comunissimo pomeriggio d'estate
non ho fogli di carta e neppure una penna.

Lei non c'è
so per certo che è via.
E che si è sposata due volte.
Non so e non voglio sapere altro.

Mi basta quel suo nome stampato leggero
su un ricordo di vent'anni.
Ho ancora con me tutto quello che non ho avuto
ma lo porto con disinvoltura
come un ciondolo sopra la tasca.

Quella finestra ha la cornice rifatta.
Non ci sono più i panni stessi
Ma due belle fioriere
sotto le persiane riverniciate.

Mai avrei pensato che sarebbe toccato proprio a me
rifare il trucco a quella finestra
proprio a me
Tirare giù quella scala di fienile.

Forse l'ho fatto
Per non sedermi un'altra volta.

venerdì 13 giugno 2008

Se tu fossi qui



Se tu fossi qui
ti accarezzerei ad occhi chiusi le labbra
per riconoscere il luogo delle tue parole.
Avresti il viso tra le mani
diresti che sono fredde
e che sanno ancora di pietra.

Se tu fossi qui
proverei ad indovinare il sorriso
di quel “ti amo” detto cercando l’eco.
Ti racconterei le cose che ho fatto
e tu faresti finta di ascoltare
guardando le labbra
cercandoci dentro
le uniche parole che vuoi sentire.

Se tu fossi qui
capiresti il senso di questi giorni
messi sulla finestra ad aspettare.
Te li sentiresti volare addosso.

Se tu fossi qui
nessuna attesa mi sveglierebbe la notte
nessun bacio
rimarrebbe a cavalcioni sulle labbra
Nessuna delle promesse
Sarebbe una promessa da mantenere.

Prima che facesse notte




Un distillato di Luna
acceca questo contenuto desiderio di Sole.
Pelle scivolata sulle labbra
i polsi adagiati sul lenzuolo
che ha ricordi.

La stanza vuota dell’anima
rimbomba adesso
che non ci sono più i tuoi capelli sul cuscino.

In qualche modo la notte è tornata a vestirsi di cielo
e la scomparsa di quei fiammanti indizi
non fanno ricordare il giorno che hai salito le scale.

Gli occhi sanno invidiare le cose che ho avuto.
Anche gli addii lasciano sempre possedere qualcosa
che sia il pettine
O il batuffolo d’ovatta sul davanzale.

Nessun guardare fuori dalla finestra è guardare
se quello che cerchi è dentro.

In questo dividere gli occhi dal cuore
ci si sente orfani del filo che lega i sogni alla vita.

Non si è soli
la stanza è solo più grande
e il letto un ventaglio che si apre
sull’odore di caffè appena fatto.

Se le mie parole dovessero accontentare la pagina
dovrei dire che sono triste
invece è silenzio
respiro cullato
fragilità assorta
inchino alla vita.

Entrare ed uscire da un desiderio
è quello che fa un bambino
Quando entra ed esce da una scatola di cartone.

Grazie per essertene andata
prima che facesse notte.

lunedì 9 giugno 2008

Contadini

Bacio la tasca della tua giacca
piena di filo di ferro e chiodi.

Mi domando se non sia tu l’artefice di questo sentiero contadino.

Avrei voluto farti vedere le cose migliori
farti leggere sopra un libro
quello che ti raccontavo mentre sfoltivi gli ulivi.

Ti devo i giochi che ho avuto
e le notti che hai passato
a ritagliarmi coriandoli di carta.
Ti devo il cielo sopra la vigna
l’allegria
e tutti i fuochi accesi.

Il mutare delle cose adesso ribollisce
dalle lettere ritrovate
nella scatola delle scarpe.
I miei compagni di scuola hanno una casa
e sulla brace i lori inverni hanno il medesimo colore.

A me resta l’appetito
e quell’involucro di parole
che metto sulla finestra la sera
come anni addietro
aspettando la befana.

La tua mano contadina mi accarezza la testa
cerchi d’acqua.
L’autunno si lava gli occhi
nei pozzi di cemento delle vigne.
Il pane sulle scale
la fornaia alla stessa ora.
L’odore di gomma degli stivali
l’uva che consuma il rito
come una donna
nelle cantine
a lume di candela.

Intanto il macellaio
si pulisce le mani col grembiule
e l’ottobre ricalca lo stesso giorno dell’anno prima.

Sotto le scarpe
l’asfalto è cambiato troppe volte
e le scarpe sono cambiate
di volta in volta come l’asfalto.

Un muro una scritta
tu in ginocchio sui ricordi
Io che sotto le ginocchia
metto la tua allegria per non farmi male.

Mi riaffaccio alla finestra
davanti al basilico
piantato dentro i secchi per la conserva
Cercando un cielo azzurro dentro la nebbia.

sabato 7 giugno 2008

Un regalo



Le meravigliose legature sulle viti nei campi
salice e giunco
sapienza e saggezza
voglio in regalo quelle.

Che sia l'acqua del pozzo
a lavarmi il viso.
Rivoglio lo stesso padre
e la stessa madre che ho avuto.
Tra tutti i sapori
mettimi da parte quello di un giorno di settembre
sotto l'albero di mele
poi quello delle fragole
piantate sul primo quarto dei lunghi filari.

Voglio ricordarmi gli ulivi
quelli ai quali ho dato un nome
riconoscere il sapore di zolfo
e quello del verderame sulle foglie.
Aiutami a pensarmi qui le volte che mi sentirò solo.

Da quale canestro
potrai mai tirare fuori un giorno di neve?
Che ci sia anche quello
in ricordo del manto bianco
incasellato tra i fili d'erba dello stradone.

Dei giorni di pioggia
fammi riassaporare il tepore della capanna
il suono dell'acqua sulla lamiera.
Che io sia ancora quello delle tacche sul muro
tracciate sopra la mia testa
da mio padre con un chiodo.

Lascia gli stessi fogli bianchi di sempre sul letto
e portali via pieni di parole
quando passerai da queste parti.



venerdì 6 giugno 2008

Queste scarpe hanno girato per 25 anni attorno alla pietra


Mi chiedo cos’è la scultura se non un appuntamento sulla panchina del tempo tra idea e materia. Questo mondo che non ha spigoli, rotondo come un abbraccio, perennemente gravido di attese, ha la fragilità del tintinnio di ombre che cadono a sera sulla pietra lavata. Questa completa ed assoluta dedizione di tempo è la prova di fedeltà che l’arte richiede per darsi tutta senza riserve. E’ quando ci si accorge di non saper essere altro, che la nudità, diventa pagina sopra la quale scrivere respiri da tramutare in pietra. Non c’è asilo migliore della novità che accende ogni volta luci sul cammino. Essere operai delle proprie idee è il tentativo di incontrare se stessi ogni volta che si fa qualcosa. D’altra parte la scultura per me è il modo migliore che conosco per somigliare a me stesso.

La porta sul mare



Quando la materia sveglia i pensieri, il tempo, come dimensione costruita, allarga la sua cornice per farci entrare dentro i giorni. Questo sciamare di minuti che implode dentro la forma, si tira appresso la cornice. Quando l’opera è terminata, del tempo, non resta nulla.
E’ come se tutte le volte l’opera ti cambiasse l’indirizzo di casa. Il ritorno a quella che chiamiamo realtà è in qualche modo difficile perché il mondo che lasci ha la presunzione di non poter essere contenuto da quello che trovi. Questo inquieto passaggio per la metamorfosi offre le istruzioni per le strada da percorrere ma non le puoi leggere perché quando sei sulla strada di casa è sempre notte.